Dinosauri e fossili del territorio

Il sito paleontologico del Villaggio del Pescatore (Duino-Aurisina, Trieste) è famoso perché è l’unico sito a dinosauri d’Italia. Scoperto oltre 30 anni fa da due appassionati, ha una storia fatta da anni frenetici di studi, diverse campagne di scavo, preparazione dei reperti, mostre. Rilevante è stato il ruolo del Museo Civico di Storia Naturale di Trieste che, con Soprintendenza e Università di Trieste, ha lavorato nel tempo per estrarre, studiare e valorizzare gli importanti fossili scoperti ed il sito.

Nel deposito fossilifero, nonostante le sue ridotte dimensioni (ricopre infatti una superficie di circa 20 per 70 metri) sono stati ritrovati dinosauri e coccodrilli particolarmente ben conservati, assieme a pesci, gamberetti e vegetali, oggi in deposito al Museo di Trieste.

Un dinosauro, il più importante e famoso, è stato soprannominato “Antonio” ma il suo nome scientifico è Tethyshadros insularis Dalla Vecchia, 2009 (Dalla Vecchia è lo studioso che ha dato il nome al reperto nel 2009). L’eccezionalità della sua scoperta consiste nell’essere stato trovato tutto intero (è uno dei dinosauri più completi al mondo!) e con le ossa ancora in connessione fisiologica. Inoltre, “Antonio” è il primo dinosauro italiano rinvenuto in posizione stratigrafica, importante per conoscere l’ambiente in cui viveva, l’età del fossile, la storia geologica del deposito. I reperti del Villaggio del Pescatore, di proprietà dello Stato, sono in deposito al Museo Civico di Storia Naturale di Trieste. Lo scheletro completo di “Antonio” è esposto in una sala del Museo. Prossimamente sarà possibile vedere anche un altro dinosauro, “Bruno”

La sala di paleontologia del Museo con il dinosauro Antonio

Il sito fossilifero del Villaggio del Pescatore

 La scoperta

Il sito a dinosauri del Villaggio del Pescatore è stato scoperto alla fine degli anni ’80 del XX secolo da due appassionati di mineralogia e paleontologia, Giorgio Rimoli e Alceo Tarlao. Mentre stavano battendo la zona del Villaggio del Pescatore cercando laccature di molibdeno, un minerale raro sul Carso, rinvennero alcune ossa fossilizzate nascoste dalla vegetazione e coperte dai muschi. I primi campioni, esaminati in sezione dai due esperti e confrontati con le immagini di una pubblicazione, si rivelarono essere ossa fossili di dinosauri erbivori.

Nel frattempo sul quotidiano di Trieste, “Il Piccolo”, dell’11 dicembre 1990 appare un articolo che fece scalpore: “Un dinosauro sul Carso. Scoperti i resti fossili nei calcari alle pendici del monte Hermada”. I due scopritori non potevano più aspettare ed andarono al Museo Civico di Storia Naturale di Trieste a segnalare il ritrovamento all’allora direttore, dott. Sergio Dolce, e a consegnare i pochi resti fossili che avevano raccolto. Oggi, ripensando quegli anni, il sig. Tarlao ricorda: “All’uscita dell’articolo, mi arrabbiai molto con Rimoli perché pensavo che avesse parlato lui con i giornalisti. Ma anche Rimoli era arrabbiato con me, perché pensava lo stesso. In realtà nessuno dei due aveva detto niente, la notizia era uscita a nostra insaputa. E probabilmente, senza quell’articolo, che ci fece correre al Museo dal dott. Dolce, chissà quanto tempo sarebbe ancora passato prima che avessimo raccontato della nostra scoperta. Erano anni in cui a nessuno sembravano interessare i dinosauri.

Non era ancora uscito il film Jurassik Park (che uscirà nel 1993)”. Il dott. Dolce, però, si rese subito conto dell’importanza del rinvenimento e già a dicembre richiedeva la tutela del sito e il deposito temporaneo dei reperti e, nell’aprile del 1991, preparava la prima domanda di concessione di ricerca e scavo paleontologico alla competente Soprintendenza, che venne affidato per l’anno seguente. Il 17 ottobre 1992 iniziò la prima campagna di scavo paleontologico nel sito del Villaggio del Pescatore, il Museo Civico di Storia Naturale di Trieste come concessionario di scavo, il dott. Ruggero Calligaris in qualità di direttore di scavo.

Locandina della mostra “95 milioni di anni fa

In quegli anni non si pensava si potessero ritrovare resti scheletrici di dinosauro in Italia e tanto meno sul Carso. Era una novità assoluta, e per questo ai primi scavi seguì subito una mostra, inaugurata nel 1993, “95 milioni di anni fa”, dove il museo ebbe occasione di presentare per la prima volta i fossili di dinosauro del Carso. Alcuni di quei reperti si possono ammirare ancora oggi nelle sala del museo, come delle zampe anteriori di dinosauro, tra i primi reperti scavati nel 1992 (di questo dinosauro, chiamato “Primus”, non si è trovato altro).

Il 25 aprile del 1994 Tiziana Brazzatti, allora una studentessa di geologia, mandata dall’Università di Trieste a studiare la zona, scopre gli arti anteriori di “Antonio”, il dinosauro che diverrà famoso per essere uno dei più completi e meglio conservati dinosauri del mondo. Nel 1995 si provvede a recuperare il fossile delle zampe e, in questa operazione, i tecnici specializzati della ditta Stonege si accorgono che il reperto risulta trovare continuità in profondità.

1994 – zampa anteriore destra di Antonio ancora in sito

Cioè le ossa continuavano nello strato all’interno della roccia. Inoltre ci si rende definitivamente conto di essere davanti al primo giacimento a dinosauri d’Italia. Le potenzialità del sito coinvolgono direttamente il Ministero, che nel 1996-97 finanzia una nuova campagna di scavo, coordinata da una equipe mista data da esperti della Soprintendenza, dell’Università e del Museo di Trieste. Direttore di scavo, il dott. Sergio Dolce. La ricerca interessa la zona del sito a monte del punto di estrazione delle zampe di “Antonio”. Sono recuperati ulteriori reperti ossei di dinosauro e di coccodrillo. Da questo scavo sperimentale emerge con maggior chiarezza la natura di alcuni dei dinosauri (definiti allora “adrosauri primitivi”), la presenza di una ricca fauna associata e la reale consistenza e potenzialità del deposito. Il 3 agosto 1998 viene fatta una Convenzione tra Soprintendenza Archeologica, Dipartimento di Scienze Geologiche, Ambientali e Marine dell’Università di Trieste e Museo per “le modalità per la realizzazione del recupero e dello studio dei resti fossili da individuare di comune accordo”. Al dipartimento viene affidato il compito di coordinamento scientifico per la ricerca paleoambientale nell’area del Villaggio del Pescatore, al Museo il coordinamento della divulgazione scientifica e valorizzazione dei reperti e ad un Geologo specializzato in paleontologia la direzione dei lavori.

La campagna di scavo per recuperare il dinosauro “Antonio”

Nel 1998-99 viene intrapresa una nuova campagna di scavo, finanziata dal Ministero, più approfondita e finalizzata al recupero della rimanente parte dello scheletro del dinosauro “Antonio”. Direttore scientifico: il geologo dott. Fabio Marco Dalla Vecchia; direttori dei lavori: dott.ssa Serena Vitri e arch. Alvaro Colonna della Soprintendenza; tecnici specializzati per il recupero: ditta Stoneage di Trieste. Lo scavo al Villaggio del Pescatore non è facile. Per estrarre il dinosauro vengono rimossi, in un’unica soluzione, oltre 300 metri cubi di roccia, con la stessa tecnica usata nelle cave di “marmo” del Carso, che consiste nell’“affettare” la roccia a blocchi mediante l’ausilio del filo diamantato. In questo modo si ottiene il più grande piano di cava ricavato da un unico taglio fatto sul Carso. Il fronte di scavo ottenuto permette di arrivare allo strato verticalizzato dove, all’interno della roccia, si trova ancora il dinosauro “Antonio”, l’oggetto principale dei lavori. Quindi viene estratto il blocco contenente lo scheletro, cercando di mantenerlo il più completo possibile e con i minori danni per le ossa.

Il sito del Villaggio del Pescatore, scavi del 1998-99. Al centro, il blocco con dentro Antonio

Nel corso dello scavo è emerso un altro dinosauro (“Bruno”), uno scheletro parziale di coccodrillo, numerose ossa sparse, piante, gamberi e pesci. Un altro primato del sito: lo scavo per rimuovere Antonio è stato probabilmente il primo scavo paleontologico fatto mediante tecniche di cava. Il blocco con Antonio, una volta estratto, viene portato in cava per tagliarlo. Poiché pesava diverse tonnellate, era impossibile preparare il dinosauro così com’era, ma bisognava ridurre il peso della roccia e lo spessore della matrice calcarea per poi procedere, in laboratorio, alla preparazione chimica del reperto mediante l’uso di acido formico diluito al 5%. L’acido veniva spruzzato con un particolare sistema a getto continuo. Appena si scioglieva la matrice rocciosa ed emergeva il fossile, veniva sciacquato con acqua ed impregnato di una colla vinilica molto liquida, la cui funzione era quella di infiltrarsi in tutte le piccole cavità formatesi dall’azione dell’acido, andando ad impregnare il fossile, rafforzandolo. “Antonio” è stato il primo dinosauro preparato ad acido. Intanto il Museo organizza una nuova mostra: “Hadrosaurs, adrosauri e altri reperti fossili del Villaggio del Pescatore presso Trieste”, aperta dal 23 dicembre 1999 al 29 febbraio 2000 al Civico Acquario Marino di Trieste, con lo scopo di far conoscere i reperti ritrovati nelle le varie campagne di scavo e di sottolineare la collaborazione tra Enti e altre realtà coinvolte.

Studio del sito e apertura della sala sui dinosauri del Villaggio del Pescatore al Museo di Trieste

Nel maggio 2002 al sito viene fatta una campagna di carotaggi (committente: B-Fri srl, proprietaria del terreno) allo scopo di definire le dimensioni in profondità della lente a laminiti e per valutare il volume reale della lente. I 4 carotaggi sono lunghi dai 16 ai 21m.

Il foro del carotaggio

Con i carotaggi si è visto che la profondità del giacimento raggiunge praticamente il livello attuale del mare e che, al di sotto delle laminiti, sono sempre presenti le brecce calcaree (vedi in “LA GEOLOGIA DEL SITO”). Inoltre, i carotaggi hanno intercettato altri frammenti di ossa fossili, per cui si suppone la presenza, nella lente a laminiti, di più ossa di dinosauri anche in profondità. Queste analisi hanno contribuito allo studio del paleoambiente del sito e alla realizzazione della tesi di laurea inedita del 2003 “Ricostruzione paleoambientale del sito fossilifero senoniano del Villaggio del Pescatore (Trieste)” del laureando Alessandro Palci, Università di Trieste.
Nel 2003, al Museo Civico di Storia Naturale di Trieste (nella sede storica di piazza Hortis), viene inaugurata la nuova sala di paleontologia, dedicata al dinosauro “Antonio” ed agli altri reperti trovati al Villaggio del Pescatore.
Concluse le campagne di scavo, il sito paleontologico rimane per qualche anno in stato di abbandono.

È nato un nuovo dinosauro!

Intanto, nel 2007, la Soprintendente ai Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia decide di affidare lo studio scientifico del dinosauro “Antonio” al dott. Fabio Marco dalla Vecchia, già responsabile scientifico dello scavo. Nel dicembre 2009, sul “Journal of Vertebrate Paleontology” pubblica lo studio sistematico e l’attribuzione del nome scientifico. Dallo studio emerge che “Antonio” è un dinosauro dalle caratteristiche uniche, tanto da istituire un nuovo genere per la scienza, Tethyshadros e una nuova specie, insularis. Il nome scientifico di “Antonio” sarà quindi Tethyshadros insularis Dalla Vecchia, 2009.

Per la tutela del sito viene emessa, dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici, la “Dichiarazione dell’interesse culturale” del 26 marzo 2008.

Intanto si sviluppa una collaborazione tra la Soprintendenza ed il Museo per la valorizzazione del sito paleontologico e la diffusione della conoscenza del nuovo genere di dinosauro appena istituito. L’occasione della mostra “I Dinosauri Italiani” al museo geologico G. Capellini di Bologna, dal 5 settembre 2009 all’11 gennaio 2010, viene utilizzata a tale scopo. Per questa mostra, si procede alla realizzazione di un calco di Tethyshadros insularis, che verrà esposto a Bologna insieme ad altri reperti del Villaggio del Pescatore e del Museo. Il successo dell’iniziativa porta alla realizzazione di altri due calchi del dinosauro, oggi esposti rispettivamente al sito paleontologico del Villaggio del Pescatore e nella sala dinosauri del museo Capellini di Bologna.

Nello stesso periodo, nel sito paleontologico, ripulito dal personale dei Musei Scientifici del Comune di Trieste, sono posizionati vari pannelli didattici che ne illustrano la geologia e la ricostruzione paleo ambientale, curati del Museo di Storia Naturale.

Il sito paleontologico nel 2009

Nel frattempo il museo trasloca e, nel giugno del 2010, apre la nuova sala di paleontologia nella sede di via dei Tominz, 4 a Trieste.

  1. E’ il primo ed unico giacimento italiano con resti di dinosauro: al villaggio del pescatore i dinosauri si trovano conservati in più livelli stratigrafici.
  2. Lo stato di conservazione dei fossili e’ eccezionale: antonio è tra i dinosauri più completi e meglio conservati al mondo.
  3. La presenza di dinosauri sul Carso rivoluziona la geologia della zona: la scoperta dei dinosauri del Villaggio del Pescatore indica che circa 70 milioni di anni fa, sul Carso, c’erano delle terre emerse (perché i dinosauri sono animali terrestri), probabilmente un arcipelago di isole, più o meno grandi, situate nel mare della Tetide a latitudini tropicali. Prima della scoperta dei dinosauri del Carso, invece, si pensava che il paleoambiente fosse caratterizzato da un mare poco profondo, senza terre emerse, tipico ambiente di formazione dei carbonati (chiamato piattaforma carbonatica).
Eta’ del sito paleontologico

Il sito fossilifero del Villaggio del Pescatore si trova all’interno della successione stratigrafica del Carso Classico, nei Calcari di Aurisina (parte superiore) ) – Lipiška Formacija, del Santoniano-Campaniano. Le laminiti, i particolari calcari fittamente stratificati nei quali sono stati trovati i dinosauri, hanno probabilmente un’età più recente, Maastrichtiano inferiore (Forazione Liburnica A e B) ma gli studi sono ancora in corso.

La geologia del sito

Di seguito sono descritte le tre litologie caratteristiche del sito a dinosauri del Villaggio del Pescatore, che si possono apprezzare anche osservando il piano di cava creato per l’estrazione di Antonio: le laminiti, le particolari rocce laminate dentro le quali sono stati trovati i dinosauri e gli altri fossili; le brecce poligeniche, particolari rocce formate da frammenti eterogenei di calcari cementati che circondano le laminiti da tutti i lati; i calcari di piattaforma, le rocce che circondano le brecce e tutto il sito e che rappresentano l’antico ambiente di piattaforma carbonatica dove le laminiti si sono depositate.

Laminiti
Le laminiti

Le laminiti, le rocce calcaree sottilmente laminate dentro le quali sono stati trovati i fossili, rappresentano i sedimenti fangosi che hanno riempito un antico bacino di acqua salmastra, non ossigenato sul fondo e con energia molto bassa, presente circa 70 milioni di anni fa. Il bacino delle laminiti si trovava su di un’isola nel mare della Tetide, a latitudini tropicali, circondata da ambienti marini poco profondi dove si andavano a depositare i carbonati (piattaforma carbonatica).
Quest’sola non era un piccolo atollo, ma sufficientemente grande da permettere l’esistenza di dinosauri vegetariani come “Antonio”, che in vita poteva raggiungere i 500 kg di peso.

In questi calcari fittamente laminati, ogni “lamina” millimetrica è data in realtà da una microcoppia di lamine, formate rispettivamente da un livello scuro più sottile, ricco di sostanza organica, e un livello chiaro più spesso, formato da fanghi carbonatici litificati. Ogni coppia potrebbe registrare le fluttuazioni stagionali avvenute in un anno nel bacino di deposizione.
E’ dentro le laminiti che si sono trovati i fossili. Tra i macrofossili si contano, oltre ai dinosauri, coccodrilli, gamberetti, pesci, un osso di pterosauro e rarissime piante (per es. un rametto di conifera). I microfossili invece sono dati da rarissimi foraminiferi (organismi unicellulari marini, ottimi indicatori biostratigrafici), rari ostracodi (crostacei bivalvi millimetrici) e rare Characeae (alche verdi di acqua dolce o salmastra).
Presso il margine occidentale dell’area di cava interessata dallo scavo di “Antonio”, intercalati alle laminiti deformate, si osservano frammenti fangosi di dimensioni decimetriche, con margini arrotondati e con forme che ricordano dei fanghi caduti ancora plastici nel bacino delle laminiti. Probabilmente questi frammenti fangosi formavano, al momento della deposizione delle laminiti, il bordo del bacino di deposizione, parzialmente emerso e in via di smantellamento. Inoltre, in diversi casi, i frammenti fangosi presentano delle perforazioni che potrebbero essere delle rizoliti, i segni cioè delle radici o steli di piante che vivevano ai bordi del bacino.

Frammenti fangosi caduti nelle laminiti ancora plastici con delle perforazioni, forse dovute alle radici
Dimensione del deposito

Spessore delle laminiti: misurate orizzontalmente sul piano campagna, si passa da 15m in corrispondenza della faglia che le limita verso nord, a circa 25m in corrispondenza del corpo di breccia che le limita verso sud.
La massima estensione longitudinale è di 76m. Le laminiti si presentano sempre con una diversa inclinazione rispetto ai calcari di piattaforma carbonatica che le circondano.

 
Breccia poligenica che circonda le laminiti
La breccia che circonda le laminiti

Le laminiti sono circondate da tutti i lati da una breccia poligenica (formata da frammenti rocciosi a spigoli vivi cementati fra loro) costituita da rocce calcaree di diverso tipo con contenuto fossilifero vario: possono trovarsi resti di rudiste, foraminiferi, alghe calcaree, ostracodi, gasteropodi, entrochi di crinoidi, radioli di echinidi, girogoniti o parti di Characeae. Interessante è notare che in alcuni casi i frammenti rocciosi si presentano arrossati (un segno di ossidazione associato all’emersione).

La breccia è stata prodotta dal disfacimento delle pareti del bacino di origine tettonica dove si sono depositate le laminiti. Questo materiale, formato dal calcare di piattaforma più antico, è andato a depositarsi dentro bacino, iniziando il suo riempimento. La rimobilizzazione della faglia ha aperto ulteriormente la struttura tettonica, permettendo la successiva sedimentazione delle laminiti.
Spessore: la breccia poligenica circonda le laminiti sia lateralmente che al di sotto del piano di campagna, come si è potuto verificare con i carotaggi. Il suo spessore è difficilmente valutabile, arrivando anche ad avere diversi metri.

Calcari di piattaforma carbonatica

Sono i calcari che costituiscono tutta l’area circostante il deposito a dinosauri. L’ambiente di formazione è la piattaforma carbonatica interna, caratterizzata da mare basso, protetto ma ben ossigenato, a salinità tipicamente marina. I fossili trovati in questi calcari sono foraminiferi, alghe calcaree, ostracodi, rarissimi coralli isolati e teche di echinidi.

L’età è Santoniano-Campaniano e fa parte dei Calcari di Aurisina (parte superiore) – Lipiška Formacija (ci sono due nomi perché le unità litostratigrafiche del Carso Classico sono denominate sa in italiano che nella corrispondenza slovena, così come descritte nel lavoro di Cucchi et al., 2015).
Particolari calcari di piattaforma carbonatica sono i calcari a rudiste. Nell’area di cava creata per l’estrazione del dinosauro Tethyshadros insularis, mappata tutta fotograficamente dal Museo, sono messi in evidenza i calcari a rudiste. Sono visibili numerose piccole sezioni di radiolitidi, quasi tutte in posizione verticale di vita.

Breccia poligenica che circonda le laminiti

Tra queste, le specie individuate sono: Katzeria hercegovinaensis, Biradiolites angulosus (figura) e Biradiolites cf. chaperi (una volta conosciuta come Rajka spinosa). Questi calcari si sono formati sempre in un ambiente di piattaforma carbonatica interna. Le dimensioni ridotte delle rudiste fanno presumere un ambiente poco adatto alla vita di questi molluschi.
Età: Santoniano-Campaniano, Calcari di Aurisina (parte superiore) – Lipiška Formacija.

Dove vivevano i dinosauri del Carso?
La paleogeografia dell’arcipelago europeo circa 70 milioni di anni fa
Carta paleogeografica del Creacico superiore

70 milioni di anni fa l’Europa era un arcipelago formato da isole più o meno grandi situate nel mare della Tetide, tra l’Afroarabia e l’Eurasia, a latitudini tropicali (figura). Il livello marino era 200m più alto di quello attuale, non c’erano ghiacciai ai poli e si stavano espandendo i fondali oceanici. Non vi erano rilievi: Alpi, Appennini, Dinaridi dovevano ancora formarsi.
“Antonio” viveva su un’isola piuttosto grande, che emergeva dalla piattaforma carbonatica, in un ambiente simile alle attuali Bahamas. Il nome scientifico di “Antonio”, Tethyshadros insularis, significa “dinosauro adrosauroide insulare della Tetide”, per evidenziare la sorpresa di trovare un dinosauro in un’isola della Tetide.

Tethyshadros insularis Dalla Vecchia, 2009 (conosciuto come “Antonio”)
Antonio – scultura di Enrico Rizzardi

Nel sito sono stati trovati oltre 250 fossili. Tra questi spicca lo scheletro completo di un nuovo genere di dinosauro, Tethyshadros insularis Dalla Vecchia, 2009 (conosciuto come “Antonio”) (reperto n. 57021, olotipo), il più completo dinosauro di dimensioni medio-grandi (è lungo 362 cm) mai rinvenuto in Europa dalla scoperta di Iguanodon e Dollodon nel 1878 in Belgio.

Albero filogenetico

Il nome significa “dinosauro adrosauroide insulare della Tetide”
“Antonio” è un AdrosaurOIDE primitivo e non appartiene al gruppo dei “Dinosauri dal becco d’anatra” che sono AdrosaurIDI. Gli AdrosaurOIDI appartengono al grande gruppo dei dinosauri Iguanodontoidi insieme a Iguanodon, ma Iguanodon è più primitivo degli AdrosaurOIDI (è “esterno” o “al di fuori” degli AdrosaurOIDI, fig. 14)

“Antonio” era alto 1,30 m, lungo 4 m e pesante all’incirca 500 kg. La dentizione, altamente specializzata, formata da batterie dentali costituite da decine di denti disposti in file verticali, testimonia che era un dinosauro vegetariano.

Tethyshadros insularis presenta delle caratteristiche anatomiche esclusive e un miscuglio di caratteri primitivi ed evoluti che lo rendono unico.
Alcune caratteristiche anatomiche: testa grande ed allungata, comune agli adrosauroidi primitivi (come Iguanodon); scapola allungata ed espansa distalmente, come in alcuni iguanodontiani primitivi; arti anteriori particolari, con mano a 3 dita (il pollice e il V dito non ci sono) e con mobilità ridotta (probabilmente usati solo nella locomozione o nelle soste); presenti solo 2 falangi nel dito IV e la distale è ridotta (negli altri adrosauroidi è andata persa); vertebre caudali peculiari, con il centro vertebrale (il corpo delle vertebre) più lungo che alto; la coda presenta caratteristiche insolite, mai osservate prima in nessun altro adrosauroide, inclusa una terminazione sottile, quasi a forma di frusta; nel bacino, l’ischio è lungo e sottile e termina senza espansioni mentre l’ileo ha caratteri unici, come il grande processo sopracetabolare a forma di ala ed il robusto processo postacetabolare dalla forma caratteristica; all’inizio della coda, il primo arco emale o emapofisi (elemento scheletrico a forma di Y che si trova ventralmente lungo la coda e serve a proteggere i vasi sanguigni e per dare sostegno alla coda) appare tra le vertebre caudali 7 ed 8, mentre negli adrosaurini tra le vertebre caudati 4 o 5. La presenza di questo spazio ha indotto a pensare che “Antonio” fosse un individuo di sesso femminile: lo spazio, creato dalla retrocessione delle prime emapofisi, poteva essere dovuto alla presenza dell’organo per la ovoposizione. Ma, senza il confronto con un altro individuo, è impossibile dire se questa è una caratteristica femminile o no. Oppure, come spiegato da Dalla Vecchia (2005) la supposizione che Antonio fosse femmina era data dal fatto che, nei maschi di Tyrannosaurus rex era stato supposto che i primi archi emali fossero più prossimali al bacino, per l’attacco della muscolatura del pene, fatto sconfermato successivamente. Quindi oggi non si può ancora dire con certezza se Antonio sia maschio o femmina.
Gli arti posteriori sono più lunghi e robusti degli anteriori, con la tibia più lunga del femore (130%) che potrebbe indicare attitudine alla corsa. Antonio era probabilmente un individuo adulto, perché non ci sono evidenze di immaturità nel grado di ossificazione ossea e nella fusione degli elementi scheletrici e le proporzioni degli elementi scheletrici non sono quelle di un individuo giovane (per es. le orbite non sono particolarmente grandi, il muso non è corto). I suoi caratteri peculiari sono probabilmente il risultato dell’insularità: “Antonio” viveva su un’isola e questa condizione di isolamento ha fatto si che acquisisse una serie di caratteristiche uniche, un mix di caratteri primitivi (come la forma della testa, i denti, l’omero e la scapola) ed evoluti (nell’ileo, nella mano e nel piede). Anche la sua taglia è probabilmente imputabile al “nanismo insulare”. “Antonio” è piuttosto piccolo se confrontato ai dinosauri “dal becco d’anatra” del Nord America vissuti nello stesso periodo, che normalmente superavano gli 8 metri di lunghezza da adulti.

Altri resti di dinosauro

Una coppia di zampe anteriori (inv. 57022): le zampe anteriori sono l’unica parte scoperta del dinosauro chiamato “Primus”, scavate nel 1992. Sono quindi tra i primi reperti rinvenuti nel sito. Appartengono ad un dinosauro della stessa specie di “Antonio”, Tethyshadros insularis;
un pube sinistro (inv. 57023), recuperato nel 1992. Appartiene ad un dinosauro della stessa specie di “Antonio”, Tethyshadros insularis;
parte terminale di un osso piatto (inv. 57024), forse del processo prepubico del pube, recuperato nel 1992;
una vertebra cervicale con costola cervicale destra ancora articolata (inv. 57025), recuperata nello scavo del 1992. Appartiene ad un dinosauro della stessa specie di “Antonio”, Tethyshadros insularis;
un cranio completo ma fortemente deformato (inv. 57026): appartenente al dinosauro chiamato “Secundus”, scavato nel 1996-97, della stessa specie di “Antonio”, Tethyshadros insularis. E’ stato prelevato da un blocco che conteneva parte dello scheletro, forse articolato, ma molto fratturato;
una serie di vertebre caudali (inv. 57028), recuperate nel gennaio del 1997;
una costola dorsale isolata (inv. 57256), recuperata negli scavi del 1998-99. Appartiene ad un dinosauro della stessa specie di “Antonio”, Tethyshadros insularis;
epifisi di un osso lungo, forse di un femore (inv. 57257), recuperato negli scavi 1998-99.

Sito del Villaggio del Pescatore, giugno 2018, scavi per il recupero del cranio di “Bruno”
Sito del Villaggio del Pescatore, giugno 2018, scavi per il recupero del cranio di “Bruno”

Un secondo dinosauro, chiamato “Bruno” (inv. 57247), scoperto nel 1999 in un blocco rimosso negli scavi del 1998-99 per il recupero di “Antonio”, è stato preparato e presentato al pubblico a dicembre 2019, dopo l’estrazione della testa nel giugno del 2018 e della coda a luglio 2019.
“Bruno” è più grande di “Antonio” di quasi un metro ma è meno completo, presentandosi conservato al 70%. Ma quello che lo distingue particolarmente e lo rende unico, è che si trova posizionato su una piega che lo curva di 180 gradi, con le ossa plasticamente deformate. La coda si trova anch’essa piegata a 180 gradi, con le ultime vertebre caudali portate verso l’alto.
Oggi “Bruno” è al Museo Civico di Storia Naturale, dove è in fase di realizzazione la parte espositiva, in accordo con la Soprintendenza. Il suo studio è ancora in corso.

 

Ricostruzione del dinosauro “Bruno” prima dell’estrazione della testa e della coda
Acynodon adriaticus – disegno di Tullio Perentin
I coccodrilli
Importanti sono anche i resti di piccoli coccodrillo trovati nel sito. Tra questi, vi è uno scheletro parziale, in connessione anatomica, di una nuova specie , Acynodon adriaticus Delfino et al., 2008 (inventario n. 57248, olotipo), recuperato nel 1998-99, con il cranio completo, le vertebre cervicali e numerose placche ossee dorsali (osteodermi). Acynodon non superava il metro di lunghezza. Più affine agli alligatori, era piccolo, dal muso corto e tozzo, con robusti denti “a piolo”, eccetto gli ultimi tre, molariformi. Caratteristica del genere è l’assenza di denti “caniniformi” (come indicato dal nome del genere). La forma dei denti è un adattamento al tipo di dieta: probabilmente si cibava di molluschi, crostacei (prede lente e dal guscio duro) o vegetali. Altri reperti di coccodrillo: inv. 57032, recuperato durante gli scavi del 1996-97 e appartenente alla specie Acynodon adriaticus; inv. 57031, recuperato negli scavi del 1996-97 e 57245 recuperato negli scavi del 1998-99. Questi due reperti sono di coccodrillo ma non si sa il genere e specie. Altri reperti dubbi hanno numero di inventario 57248, 57035, 57036, e sono stati recuperati nello scavo del 1998-99.
Pterosuro
Nel sito è stato trovato anche un osso che probabilmente è un metacarpale alare di pterosauro (inventario n. 13450). Gli pterosauri erano rettili volanti comparsi nel Triassico Superiore e scomparsi alla fine del Cretaceo, 66 milioni di anni fa, come i dinosauri. La membrana che formava l’ala era sorretta dal solo quarto dito della zampa anteriore, che aveva le falangi enormemente allungate. Il metacarpale trovato al Villaggio del Pescatore è l’osso lungo che si articola alla prima falange. L’osso manca della parte centrale probabilmente a causa dell’erosione carsica. (fig 17, l’osso di pterosauro è il primo a destra)
Altri fossili: pesci, gamberetti, piante terrestri e microfossili
I fossili di vertebrati più numerosi trovati nel deposito del Villaggio del Pescatore sono piccoli pesci teleostei, lunghi in media 2-3 cm, spesso disarticolati, che rappresentano oltre il 60% dei fossili scavati. Nel sito sono presenti anche fossili di crostacei (gamberetti), non molto numerosi, per lo più di piccole dimensioni (1-2 cm). Le piante terrestri sono invece rare (per es. è stato trovato un rametto di conifera, inventario n. 13449). Tra i microfossili, sono stati trovati rari foraminiferi, ostracodi e frammenti di Characeae, alghe verdi di acqua dolce o salmastra, molto caratteristiche. Tutti i reperti scavati al Villaggio del Pescatore sono in deposito al Museo Civico di Storia Naturale di Trieste. Oggi Tethysadros è diventato un’icona del Museo assieme ad altri reperti unici quali la mandibola di Lonche e lo squalo Carlotta. Da 2020 al Museo di Storia Naturale di Trieste è presente anche “Bruno”, il secondo dinosauro del sito preparato per l’esposizione, che è in fase di realizzazione in accordo con la Soprintendenza. I dinosauri e gli altri fossili del Villaggio del Pescatore evidenziano l’enorme valore del deposito e l’importanza scientifica di un luogo unico nel panorama paleontologico italiano ed europeo ed un gioiello scientifico da conoscere e valorizzare.
Vetrina con altri fossili del Villaggio del Pescatore- coccodrillo, gamberetti, pterosauro, pesci e vegetali

Per capirlo, bisogna cercare di ricostruire il paleoambiente, l’antico ambiente dove i dinosauri vivevano. Le laminiti si sono depositate in un piccolo laghetto costiero di origine tettonica, interessato da afflussi marini e di acqua dolce. Verosimilmente, i dinosauri venivano attratti dall’acqua dolce che stava sulla superficie del laghetto costiero e, in qualche modo, vi rimanevano intrappolati. Forse il laghetto aveva dei bordi molto ripidi, e la facilità dell’accesso all’acqua era controbilanciata dalla risalita impossibile. Al Villaggi del Pescatore i dinosauri trovavano la morte forse perché impossibilitati a risalire. La morte ai bordi o nei primi centimetri d’acqua spiega la contrazione del collo dovuta al disseccamento, anche considerando il clima tropicale del luogo. Poi, il cambiamento stagionale del livello del bacino e nell’apporto dei sedimenti (le lamine formate da micro laminazioni alternate testimoniano una stagionalità negli apporti fangosi carbonatici) ha portato al seppellimento degli esemplari, isolandoli dall’ambiente esterno ossigenato.

Un’altra possibile morte per i dinosauri è per annegamento.
La perfetta conservazione di “Antonio” e dei coccodrilli indica che furono seppelliti velocemente, senza subire trasporto e senza che le carcasse venissero attaccate da organismi necrofili.
Per la perfetta conservazione di Antonio ci sono volute condizioni particolari:
a. fondale anossico, cioè senza ossigeno, che ha impedito la presenza di organismi necrofagi che sarebbero andati a smembrare le carcasse. Le laminiti nere, ricche di sostanza organica, lo confermano, assieme ai dati dell’analisi del contenuto di carbonio organico, sempre al di sotto dell’unità percentuale, dato compatibile con la mancanza di ossigeno delle acque;
b. il fondale anossico porta alla decomposizione anaerobica della sostanza organica con formazione del gas di palude, tossico. Una possibile prova potrebbero essere delle strutture quasi globulari presenti nelle laminiti, che ricordano l’accumulo di gas con fuoriuscita di bolle. La presenza di gas tossici potrebbe essere un’altra causa responsabile della morte degli animali nel bacino e dell’assenza dei necrofagi;
c. condizioni tranquille ed assenza di correnti, fatto confermato dalle laminiti che, a parte rare deformazioni dovute agli shock sismici, presentano lamine parallele perfettamente conservate. L’assenza di circolazione era forse dovuta alla stratificazione delle acque: acqua salmastra sul fondo ed acqua dolce in superficie che, solo raramente, degli eventi di tempesta hanno fatto rimescolare (come forse testimoniato dagli strati a breccioline intercalati alle laminiti e da locali erosioni). Anche questo ha favorito la mancanza di ossigeno sul fondale.
Oggi alcuni studiosi ipotizzano che il bacino del Villaggio del Pescatore era un blue hole particolare, ma questa ipotesi deve trovare conferma con futuri studi dell’area.

Per approfondire:

Arbulla D, 2017 – Ritrovamenti paleontologici. Il sito a dinosauri del Villaggio del Pescatore. In «Atti e Memorie della Commissione Grotte “E.Boegan” », 47, pp. 87-107.

Arbulla D., Cotza F., Cucchi F., Dalla Vecchia F.M., De Giusto A., Flora O., Masetti D., Palci A., Pittau P., Pugliese N., Stenni B., Tarlao A., Tunis G. & Zini, 2006 – L. Escursione nel Carso Triestino, in Slovenia e Croazia. 8 giugno. Stop 1. La successione Santoniano-Campaniana del Villaggio del Pescatore (Carso Triestino) nel quale sono stati rinvenuti i resti di dinosauro. In: Melis R., Romano R. & Fonda G. (a cura), Guida alle escursioni/excursions guide, Società Paleontologica Italiana – Giornate di Paleontologia 2006, EUT Edizioni Università di Trieste, Trieste, pp. 20-27.
Brazzatti T., Calligaris R., 1995 – Studio preliminare di reperti ossei di dinosauri nel Carso Triestino. In «Atti del Museo Civico di Storia Naturale di Trieste», 45, pp. 221-226.

Cucchi F., Biolchi S., Zini L., Jurkovšek B., Kolar-Jurkovšek T., 2015 – Geologia e geomorfologia del
Carso Classico. Geologija in geomorfologija klasicnega Krasa. Franco Cucchi, Luca Zini, Chiara Calligaris, “Le acque del Carso Classico. Progetto Hydrokarst/Vodonosnik Klasicnega Krasa. Projekt Hydrokarst”, Trieste, EUT Edizioni Università di Trieste, 2015, pp. 23-52.

Dalla Vecchia F. M., 2008 – I dinosauri del Villaggio del Pescatore (Trieste): qualche aggiornamento. In «Atti del Museo Civico di Storia Naturale di Trieste», supplemento al n. 53 – 2006, pp. 111–130.