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La Grotta del Pettirosso e quel pasticciaccio brutto dei falsi reperti

Quando Ludwig Karl Moser incominciò a scavare sistematicamente nella sua prediletta Rothgartl-Höhle, oggi conosciuta come Grotta del Pettirosso, tra il 1892 e il 1898, entusiasmandosi quasi da subito per i reperti archeologici che scopriva, non avrebbe mai immaginato che proprio quegli anni e quelle scoperte sarebbero stati per lui fonte di enormi dispiaceri ed amarezze.

Da professore di ginnasio qual era, coinvolse negli scavi i suoi allievi. Tra questi, Giovanni Andrea Perko, il suo preferito, che lo aiutò soprattutto tra l’estate del 1893 e la primavera del 1894. Un intervallo di tempo particolarmente fortunato, perché furono ritrovati 3 reperti decorati su osso, per il professore “i primi ritrovamenti di artefatti artistici degli abitanti delle caverne carsiche del Paleolitico”. Il 24 luglio 1893 il primo reperto: una figura umana incisa molto rozza e semplificata. Poi, il 24 settembre 1893, la raffigurazione schematica di un cinghiale e, infine, il 4 marzo 1894, l’immagine più elaborata, una testa di tartaruga. Li pubblicherà per la prima volta nel 1894, descrivendo le circostanze del rinvenimento ed evidenziando la presenza di Perko in tutti e tre i casi. Se questo primo lavoro non suscita particolare scalpore nella comunità scientifica, saranno i successivi, presentati nel 1909 e 1910 ad essere decisivi per la sua credibilità di ricercatore. Nel settembre del 1909, dopo il pensionamento e in un periodo di risistemazione e rielaborazione delle scoperte di una vita, presenta a Salisburgo, all’Assemblea della Società Tedesca dei Naturalisti e dei Medici, il lavoro “Vecchi e nuovi ritrovamenti preistorici nelle grotte del Carso di Aurisina (Nabresina)” dove ripropone i manufatti artistici della Grotta del Pettirosso. Questa volta, però, gli eminenti scienziati presenti pongono dei dubbi sull’autenticità di questi reperti e chiedono di farli esaminare da una commissione di esperti. Moser non solo si rifiuta, offeso ma, pochi mesi dopo (il 9 febbraio 1910) li ripresenta all’assemblea della Società Antropologica di Vienna (Anthropologische Gesellschaft in Wien), dove verrà attaccato duramente dagli illustri archeologi presenti, decretando la sua uscita definitiva dal mondo scientifico accademico.
Moser, però, non si darà per vinto. Rifiuterà sempre di far esaminare i reperti considerati falsi a degli esperti e, anzi, continuerà a riproporli, descrivendoli come oggetti artistici autentici all’interno di vari articoli su quotidiani e riviste di taglio più divulgativo. Inoltre, con l’aiuto di Perko, divenuto dal 1909 “Grotten-Sekretär”, Segretario delle Grotte di Postumia, presenterà i reperti a Vienna nel 1910, all’esposizione sulla caccia dedicata all’ottantesimo compleanno di Francesco Giuseppe, e nel 1913 alla ”Adria-Ausstellung” (Mostra Adriatica), in entrambi i casi nei padiglioni dedicati ad Adelsberg (Postumia) organizzati da Perko.

Negli ultimi anni di vita, Moser continuerà a scavare nella Grotta del Pettirosso, probabilmente cercando quelle prove che avrebbero riaffermato la sua credibilità scientifica agli occhi della comunità internazionale, ma non le troverà mai.
Di tutta questa brutta storia, Raffaello Battaglia (dal 1940 direttore dell’Istituto di Antropologia all’Università di Padova) scriverà, nel 1916, con riferimento alle false incisioni artistiche: “Ma siccome certi oggetti sembrano essere una proprietà esclusiva delle caverne scavate da questo professore, massima quando era accompagnato da un suo zelante scolaro ed essendo l’osso materia che si presta molto a venir lavorata anche al presente, preferiamo, nel dubbio, non comprenderli fra i prodotti dell’uomo paleolitico” (in Battaglia, 1916, Atti dell’Accademia Scientifica Veneto-Trentina-Istriana). Nel 1930 su “Le Grotte d’Italia” Battaglia continua: “alle esplorazioni delle caverne preistoriche del Carso partecipavano spesso delle persone prive della desiderabile competenza e preparazione scientifica e prive anche di certi non meno necessari scrupoli. In seguito a ciò il Marchesetti e particolarmente il Moser – nella buona fede di scienziato il primo, per ingenuità ed ignoranza il secondo – pubblicarono come originali non pochi oggetti apocrifi e artefatti. I prodotti di questa speciale attività industriale – chiamiamola così! – se passarono inosservati a Trieste, non sfuggirono agli occhi più acuti degli scienziati di Vienna”.

In questi anni, i famosi “falsi” sono stati cercati soprattutto al museo di Postumia dove lavorava Perko (oggi Notranjski muzej, Postojna, Slovenia) e dove finì gran parte della collezione di Moser, ma non sono mai stati ritrovati.

Per approfondimenti: GUERRA TRA ARCHEOLOGI: LE RICERCHE DI L. K. MOSER NELLE GROTTE DEL CARSO. Catalogo dell’esposizione a cura di Paolo Paronuzzi e Deborah Arbulla. In particolare: Paronuzzi P., La questione dei falsi e la perdita della credibilità scientifica, pp. 81-89.