Animali dal mondo e scoperte dal CarsoNotizie

Grotta Pocala: la storia di un duplice inganno di un secolo fa

Quando, nel 1893 L.K. Moser, professore di scienze naturali al Ginnasio tedesco di Trieste entrò per la prima volta nella Caverna Pocala assieme al suo allievo prediletto G. A. Perko, non avrebbe mai immaginato che proprio quella grotta sarebbe stata la causa della loro rottura e terreno di un duplice inganno.
La Caverna è famosa per i numerosissimi resti di Orso delle caverne trovati al suo interno. Fu Moser a scoprire il deposito pleistocenico 1903 e vi scavò fino al settembre del 1904, aiutato dal fedele Perko, quando i fondi a disposizione per gli scavi finirono. Perko, però, continuò a scavare: a due giorni di distanza, iniziò a collaborare agli scavi promossi da Marchesetti, direttore del Museo Civico di Storia Naturale, probabilmente informato da Perko stesso dell’importante deposito. Fu in questa prima campagna di scavo con Marchesetti che Perko fece una sensazionale scoperta: un cranio di orso delle caverne con “inflitta nell’osso parietale destro una rozza cuspide di selce” (Marchesetti, 1907).

Marchesetti nel 1907 scriverà a proposito di questa scoperta: “È naturalmente escluso che l’uomo potesse abitare in questa caverna contemporaneamente a questa terribile fiera (…); tuttavia già allora esso s’accingeva a contendergli il possesso delle sue dimore tenebrose”. Per Marchesetti questa era la prova che cercava per confermare la presenza contemporanea dei cacciatori paleolitici con il grande orso delle caverne. 

Quindi nel settembre del 1904 Perko riuscì a “tradire” Moser, indicando a Marchesetti l’importante cavità e scavando per lui, e ad ingannare Marchesetti, facendogli trovare quello che voleva e assicurandosi in questo modo la considerazione di Marchesetti e il rinnovo dell’incarico. Questo falso non sfuggì agli occhi attenti di Raffaello Battaglia, dal 1940 direttore dell’Istituto di Antropologia all’Università di Padova, che già nel 1922 scriveva sugli Atti della Reale Accademia dei Lincei, “Un teschio di Ursus spelaeus col parietale destro forato da una cuspide silicea, venne scoperto dal sig. Perko, che conduceva le ricerche per conto del Museo di Trieste. …La selce che per un miracolo di equilibrio aderisce a questa pretesa ferita, non venne mai scagliata dal cacciatore mousteriano contro un qualunque orso speleo per il semplice motivo che in luogo di una cuspide, si tratta di una scheggia ritoccata a raschiatoio”.

Per approfondimenti: GUERRA TRA ARCHEOLOGI: LE RICERCHE DI L. K. MOSER NELLE GROTTE DEL CARSO. Catalogo dell’esposizione a cura di Paolo Paronuzzi e Deborah Arbulla